Quando un sistema può svolgere in pochi istanti una parte del nostro lavoro, la domanda successiva riguarda il tempo che si libera. Diventerà spazio per un’attività migliore, un aumento dei compiti o un motivo per ridurre il personale? La risposta dipende anche dalle decisioni di chi organizza il lavoro e dal potere di chi può parteciparvi.
L’intelligenza artificiale rende questa domanda particolarmente urgente perché interviene su attività amministrative, linguistiche e professionali. Parlare soltanto delle capacità del software rischia però di nascondere la struttura dentro la quale viene introdotto: proprietà, infrastrutture, contratti e possibilità di negoziare il cambiamento.
Una mansione non è un mestiere intero
L’Organizzazione internazionale del lavoro ha aggiornato nel 2025 la propria analisi dell’esposizione alla IA generativa. Stima che un lavoratore su quattro si trovi in un’occupazione con qualche grado di esposizione. Precisa che si tratta di potenzialità e che, per molte occupazioni, la trasformazione resta più probabile della completa sostituzione. ILO, aggiornamento della ricerca.
La distinzione riguarda ciò che misuriamo. Un mestiere comprende compiti differenti e relazioni con persone, luoghi e responsabilità. La possibilità tecnica di automatizzare una parte non indica automaticamente quante persone perderanno il lavoro, quando o con quali effetti sul salario.
Possiamo immaginare lo stesso strumento in due organizzazioni. Nella prima riduce attività ripetitive e permette di seguire meglio i casi difficili. Nella seconda viene usato soltanto per aumentare i ritmi. È un esempio di lettura sociale: il cambiamento tecnologico acquista una direzione attraverso scelte che devono poter essere discusse.
Dietro l’interfaccia ci sono infrastrutture
Il rapporto UNCTAD del 2025 richiama la concentrazione degli investimenti e le diseguaglianze nelle infrastrutture dell’IA. Ricorda inoltre che nel 2022 cento imprese rappresentavano circa il 40% della ricerca e sviluppo finanziata dalle aziende nel mondo: un dato sulla ricerca industriale complessiva, non un conteggio limitato all’IA. UNCTAD, Technology and Innovation Report 2025.
Questa dimensione aiuta a formulare una domanda sul potere. Se strumenti, capacità di calcolo e accesso ai dati dipendono da pochi soggetti, quali alternative restano disponibili a lavoratori, piccole organizzazioni e paesi con meno risorse? L’accesso a un’interfaccia non coincide necessariamente con la capacità di determinarne le condizioni.
La centralizzazione può quindi essere studiata attraverso elementi concreti: chi possiede un’infrastruttura, chi stabilisce il prezzo, chi può cambiare una regola e chi sopporta le conseguenze dell’interruzione di un servizio. La critica diventa più solida quando segue questi rapporti invece di affidarsi a un’immagine indistinta del potere.
Una trasformazione che includa chi lavora
Possiamo proporre un criterio: valutare l’automazione anche attraverso la qualità dell’esperienza di chi la utilizza. Contano il tempo necessario a controllare un risultato, la possibilità di correggerlo e lo spazio che resta per imparare. Un processo più rapido può trasferire nuovi carichi di responsabilità senza renderli immediatamente visibili.
Il confronto sul lavoro dovrebbe perciò includere persone direttamente coinvolte, obiettivi dichiarati e strumenti per osservare gli effetti. La formazione può essere pensata come occasione di partecipazione: comprendere che cosa cambia permette di discuterne con maggiore autonomia.
La prospettiva della coscienza entra qui in modo concreto. Ci invita a domandare quale idea di essere umano stia guidando l’organizzazione: una risorsa da comprimere oppure una presenza capace di giudizio, apprendimento e relazione. Il futuro del lavoro prende forma anche nella risposta che scegliamo di dare insieme.



